Parrocchia della Vergine
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  • Apr4

  • Apr3

    I cieli narrano la gloria di Dio

    Dal Salmo 135 (vers. 1, 4-9)
    Lodate il Signore perché è buono:
    perché eterna è la sua misericordia.
    Egli solo ha compiuto meraviglie:
    perché eterna è la sua misericordia.
    Ha creato i cieli con sapienza:
    perché eterna è la sua misericordia.
    Ha stabilito la terra sulle acque:
    perché eterna è la sua misericordia.
    Ha fatto i grandi luminari:
    perché eterna è la sua misericordia.
    Il sole per regolare il giorno:
    perché eterna è la sua misericordia;
    a luna e le stelle per regolare la notte:
    perché eterna è la sua misericordia.

    Commento (Papa Benedetto XVI)
    Il primo segno visibile della carità divina è da cercare nel creato. Poi sarà di scena la storia. Lo sguardo, colmo di ammirazione e di stupore, si sofferma innanzitutto sulla creazione: i cieli, la terra, le acque, il sole, la luna e le stelle. Prima ancora di scoprire il Dio che si rivela nella storia di un popolo, c’è una rivelazione cosmica, aperta a tutti, offerta all’intera umanità dall’unico Creatore, «Dio degli dei» e «Signore dei signori». Come aveva cantato il Salmo 18, «i cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia». Esiste, dunque, un messaggio divino, segretamente inciso nel creato e segno del hesed, della fedeltà amorosa di Dio che dona alle sue creature l’essere e la vita, l’acqua e il cibo, la luce e il tempo. Bisogna avere occhi limpidi per contemplare questo svelamento divino, ricordando il monito del Libro della Sapienza, che ci invita a «conoscere dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia l’Autore». La lode orante sboccia allora dalla contemplazione delle «meraviglie» di Dio, dispiegate nel creato e si trasforma in gioioso inno di lode e di ringraziamento al Signore. Dalle opere create si ascende, dunque, alla grandezza di Dio, alla
    sua amorosa misericordia. È ciò che ci insegnano i Padri della Chiesa, nella cui voce risuona la costante Tradizione cristiana. Così san Basilio commenta il racconto della creazione secondo il capitolo primo della Genesi, si sofferma a considerare l’azione sapiente di Dio, ed approda
    a riconoscere nella bontà divina il centro propulsore della creazione. Alcune persone, tratte in inganno dall’ateismo, ritengono e cercano di dimostrare che è scientifico pensare che tutto sia privo di guida e di ordine, come in balía del caso. Il Signore con la Sacra Scrittura
    risveglia la ragione che dorme e ci dice: all’inizio è la Parola creatrice. All’inizio la Parola creatrice – questa Parola che ha creato tutto, che ha creato questo progetto intelligente, che è il cosmo – è anche amore. Lasciamoci, quindi, risvegliare da questa Parola di Dio; preghiamo che essa rischiari anche la nostra mente, perché possiamo percepire il messaggio del creato, iscritto anche nel nostro cuore, che il principio di tutto è la Sapienza creatrice, e questa Sapienza è amore, e bontà: “La sua misericordia rimane in eterno”.

    Per la riflessione personale
    Trovo nella vita quotidiana sprazzi di meraviglie del creato che mi sorprendono e rinfrancano l’anima?
    Ammirando la natura riesco a intravedere la mano del Creatore?
    Penso che l’uomo debba rispettare con i suoi interventi l’universo che ci è stato donato?
    Considero ogni Essere Umano uno splendore dell’opera di Dio?

  • Apr3

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  • Apr2

    Oggi 2 Aprile sul canale WebTV della parrocchia diretta streaming del rosario, dalle ore 17.00

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    Santo Rosario Giovedì 2 Aprile ore 17.00

     

  • Apr1

    Torna a casa tua

    Dal Vangelo di Marco (Mc 5, 1-8)
    «Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!».
    Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!».»

    Commento (suor Benedetta Rossi)
    Il Vangelo ci presenta un volto di un uomo sconosciuto di cui non conosciamo nemmeno il nome. Un volto sfigurato, o meglio un volto non riconosciuto: “aveva la sua dimora tra i sepolcri”. Il sepolcro è il luogo in cui ogni speranza è morta. I sepolcri sono la condizione di una disperazione e irreversibile. L’uomo, invece di essere riconosciuto come persona, è stato legato con ceppi e con catene. Il morto veniva
    legato e il primo intervento di Gesù è “scioglietelo”. Siamo di fronte ad una persona che soffre profondamente per se stessa e che tutto quello che fa sembra pieno di contraddizioni e dissidi insanabili di conseguenza viene inevitabilmente emarginata. Nella sua angoscia vede tutte le persone soltanto come minacciosi carcerieri che vogliono togliergli la sua libertà, e contro di esse crede di doversi difendere. E’ un’esperienza molto comune di chi ha bisogno, ma non si lascia avvicinare da nessuno. L’evangelista Marco ce lo presenta in questa grave situazione per farci vedere concretamente fino a che punto può arrivare il male come potenza indomabile e devastatrice, che tiene in balia l’uomo. Il
    racconto mostra che l’incontro con Gesù, cioè l’arrivo del Regno di Dio, non è soltanto una guarigione, ma soprattutto una vera liberazione, un ritrovare se stessi e una riconquista della propria autenticità. L’uomo si prostra ai piedi di Gesù, ma nello stesso grida a Gesù di non torturarlo. Questo dice bene la situazione contraddittoria di chi non è riconosciuto: chiede attenzione ma non vuole compassione, affronta le persone in modo aggressivo. Gesù non guarda l’atteggiamento contraddittorio e gli rivolge la parola: “esci da quest’uomo”. Gesù distingue l’uomo dallo spirito impuro; distingue la persona e il problema che l’attanaglia. Poi Gesù va avanti e gli chiedi: “chi sei?”.
    Riconoscere significa riportare l’altro a se stesso perché possa riconoscere la sua identità. All’inizio dell’episodio l’indemoniato ha la sua dimora nei sepolcri, luogo della non-speranza; la risoluzione gli consente di tornare a casa, il luogo della speranza.

    Per la riflessione personale
    Ho delle catene che riducono la mia libertà?
    Anche io alle volte sono irrequieto e insoddisfatto di ciò che sono, della mia vita?
    Mi chiudo in me stesso di fronte alle difficoltà escludo gli altri dalla mia vita ?
    Mi faccio travolgere dai sensi di colpa invece di guardare oggettivamente i miei pregi e difetti pensando alla mia vita come una meraviglia di Dio?

  • Mar30

    Chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà

    Dal Vangelo di Matteo (Mt 10, 37-39)

    Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

    Commento (Chiara Lubich)

    Di fronte all’esistenza si possono avere due atteggiamenti: o attaccarsi alla vita terrena, considerandola come l’unico bene, e saremo portati a pensare a noi stessi, alle nostre cose, alle creature; ci chiuderemo nel nostro guscio, affermando solo il proprio io, e troveremo come conclusione alla fine solo la morte. Oppure, diversamente, credendo che abbiamo ricevuto da Dio un’esistenza ben più profonda e autentica, avremo il coraggio di vivere in modo da meritare questo dono fino al punto di saper sacrificare la nostra vita terrena per l’altra. Quando Gesù ha detto queste parole pensava al martirio. Noi dobbiamo essere pronti, per seguire il Maestro e rimanere fedeli al Vangelo, a perdere la nostra vita, morendo – se necessario – anche di morte violenta, e con la grazia di Dio ci sarà data con ciò la vera vita. Gesù per primo ha “perso la sua vita” e l’ha ottenuta glorificata. Egli ci ha preavvertito di non temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima“. Ma l’esortazione a perdere la propria vita non è per Gesù soltanto un invito a sostenere anche il martirio. E’ una legge fondamentale della vita cristiana. Occorre esser pronti a rinunciare a fare di se stessi l’ideale della vita, a rinunciare alla nostra indipendenza egoistica. Se vogliamo essere veri cristiani dobbiamo fare di Cristo il centro della nostra esistenza. E cosa Cristo vuole da noi? L’amore per gli altri. Se faremo nostro questo suo programma, avremo certamente perso noi stessi e trovato la vita. E questo non vivere per sé, non è certamente un atteggiamento rinunciatario e passivo. L’impegno del cristiano è sempre assai grande e il suo senso di responsabilità è totale. Fin da questa terra si può fare l’esperienza che nel dono di se stessi, nell’amore vissuto, cresce in noi la vita.
    Quando avremo speso la nostra giornata al servizio degli altri, quando avremo saputo trasformare il lavoro quotidiano, magari monotono e duro, in un gesto d’amore, proveremo la gioia di sentirci più realizzati. Seguendo i comandi di Gesù, che sono tutti imperniati
    sull’amore, dopo questa breve esistenza troveremo anche quella eterna. Ricordiamo quale sarà il giudizio di Gesù nell’ultimo giorno. Egli dirà: “Venite, benedetti… perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…; ero forestiero e mi avete ospitato…“. Per farci partecipi dell’esistenza che non passa, guarderà unicamente se avremo amato il prossimo e riterrà fatto a sé quanto abbiamo fatto ad esso.

    Per la riflessione personale

    Cristo si presenta a noi nei nostri figli, nella moglie, nel marito, nei compagni di lavoro, negli amici,ecc. Riempio la giornata di atti di amore verso di loro?
    Ogni giorno sui giornali o attraverso amici

     

  • Mar27

    Cristo vive in me

    Dalla Lettera di San Paolo ai Galati (Cap. 2 vers. 19-21)

    In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

    Commento (suor Irina Mandro)
    L’avventura spirituale di Paolo, apostolo e mistico, si è compiuta in una continua trasformazione in Cristo. La sua personalità non si è annullata, tutt’altro: è stata come centralizzata, imperniata, intorno alla persona di Gesù. Paolo ha davvero incontrato Gesù e Lo ha reso Signore della sua vita. Egli vive una vita normale, fatta di cose normali, ma tutto diventa straordinario nella misura della presenza di Cristo in lui. Nella vita che Paolo vive normalmente, emergono i tratti del Signore. Per Paolo “Il vivere è Cristo” (Fil 1,21) e la salvezza e l’essere salvati consiste nell’essere resi conformi alla sua immagine, morendo a se stessi e risorgendo a vita nuova in Lui. Il vivere Cristo non è per Paolo, semplice intimismo, al contrario, gli motiva la sua passione per la Chiesa e per l’uomo: la sua esistenza è totalmente unita a Cristo, il cuore di Cristo è il cuore di Paolo; Paolo vive e condivide il suo essere per Cristo, ne fa partecipi le comunità cristiane. Per rendere possibile questa trasfigurazione occorre scegliere di avere solo Gesù Cristo come regola di vita, in una relazione vitale con Lui che raggiunga tutta la persona e la apra ai fratelli per comunicare loro lo stesso dono. Non è sovrapposizione, ma relazione. Nella vita terrena agisce la novità cristiana: il Cristo che vive in Paolo è il Cristo che lo spinge a farsi “tutto a tutti”, che lo spinge a farsi donazione totale e completa. La figura di Cristo non è un’astrazione, ma una presenza reale. La vocazione cristiana è un’irruzione dell’amore nella sua vita, un intervento di Cristo che conquista, purifica e consola, fa morire e fa vivere. La vita che Paolo vive a livello umano è vita come quella di ogni altro, ma vissuta nella fede come risposta di amore all’Amore che si fa strada in lui, prende possesso di lui, lo anima e vivifica. Il criterio delle cose è Cristo; il guadagno della vita presente è Cristo; la meta è Cristo. Ormai tutto è rapportato a Lui e di fronte a Lui tutto è “spazzatura”, tutto è nulla.
    Sembra accertato che Paolo non abbia incontrato Gesù durante la sua vita terrena. Tramite gli Apostoli e la Chiesa nascente ha però sicuramente conosciuto dettagli sulla vita terrena di Gesù, ma soprattutto ha conosciuto Cristo secondo lo Spirito, così da poter affermare: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

    Per la riflessione personale
    – Chi vive in me? Quale passione, quale desiderio?
    – Io sento che c’è una parte di me che sta morendo

     

  • Mar25

    Sul canale WebTV della parrocchia domani Giovedì 26 Marzo alle ore 17.00 sarà trasmesso il rosario recitato da Don Sebastiano.

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  • Mar25

    Misericordioso e pietoso è il Signore

    Dal Salmo 103 (vers. 1-4, 8, 14)
    Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
    Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
    Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,salva dalla fossa la tua vita, ti
    circonda di bontà e misericordia.
    Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
    Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere.

    Commento (card. Gianfranco Ravasi)
    Un volto particolare della misericordia è la tenerezza paterna e materna: non per nulla i due termini biblici principali che la descrivono hanno come base simbolica il grembo materno o la capacità generativa paterna, l’ebraico rahamîm, “viscere”, e il greco splanchnízomai, “provare commozione viscerale” per la sofferenza di un altro. Questo sentimento brilla in un Salmo, il 103, vera perla del Salterio. Il cuore dell’inno, simile a un Te Deum festoso, è in due frasi che esaltano il nesso tra il padre e la misericordia nel suo aspetto più dolce e delicato, la tenerezza appunto. «Tenero e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nella benignità… Come un padre è tenero coi suoi figli, così il Signore è tenero verso coloro che lo temono [cioè “credono in lui”]» . In entrambi i versetti si usa il vocabolo “viscerale” ebraico sopra citato: Dio, anche nei confronti di un singolo fedele e non solo di tutto Israele, è simile a un padre che prova sentimenti intensi di amore. Così, Dio perdona le mancanze del figlio, si china a curare le sue malattie, cerca di strapparlo dai pericoli mortali, lo circonda di bontà e di misericordia, lo rinvigorisce nella sua giovinezza e lo difende quando è oppresso. Non è vendicativo quando il figlio è ribelle, è consapevole della sua fragilità umana. Per descrivere l’immensità dell’amore di questo Padre, il salmista ricorre a un’immagine spaziale potente: «Quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia…; quanto dista l’oriente dall’occidente, così il Signore allontana da sé le nostre colpe». Il comportamento del Padre celeste è un modello per i genitori terreni. Dio è padre verso le sue creature e lo è con grande misericordia,
    consapevole com’è – e sono ancora parole del nostro Salmo – «di che cosa siamo plasmati, perché egli ricorda che noi siamo polvere». Risaliamo, allora, alla voce di un sapiente biblico, il Siracide, il quale scrive: «Il Signore è paziente verso gli uomini ed effonde su di
    loro la sua misericordia. Vede e sa che è penosa la loro sorte, perciò abbonda nel perdono. La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente»

    Per la riflessione personale
    Qual’è la mia immagine di Dio? Un Dio giudice o un Padre amorevole?
    Che cos’è per me la misericordia? L’ho esercitata verso gli altri? L’ho ricevuta dagli altri?
    Ho fatto esperienza della misericordia di Dio?
    Mi sento perdonato da Dio per le mie colpe?

  • Mar23

    La forza della debolezza

    Dalla Seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 12,9-10)

    Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

    Commento (Chiara Lubich)

    Dio ha permesso che S. Paolo fosse colpito da grandi prove e, fra le altre, da una tutta particolare che lo accompagnava e lo tormentava continuamente. Si trattava forse di una malattia, di un disturbo fisico permanente che, oltre ad essere particolarmente fastidioso, gli era di impedimento nell’attività e gli dava la netta sensazione del suo limite umano.
    Ripetutamente Paolo supplicava il Signore di liberarlo da questa sofferenza, finché gli fu rivelato il perché di una tale prova e cioè che la potenza di Dio si manifesta pienamente nella nostra debolezza, che ha il solo scopo di dar spazio alla forza di Cristo.
    La nostra ragione si ribella ad una simile affermazione, perché vi vede una lampante contraddizione o semplicemente un ardito paradosso. Invece essa esprime una delle più alte verità della fede cristiana. Gesù ce la spiega con la sua vita e soprattutto con la sua morte.
    Quando ha compiuto l’Opera che il Padre gli ha affidato? Quando ha vinto sul peccato?
    Quando è morto in croce, annientato, dopo aver gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato“.
    Gesù è stato più forte proprio quando è stato più debole. Gesù avrebbe potuto dare origine al nuovo popolo di Dio con la sua sola predicazione o con qualche miracolo in più o qualche gesto straordinario.
    Invece no.
    No, perché la Chiesa è opera di Dio ed è nel dolore e solo nel dolore che fioriscono le opere di Dio.
    Dunque nella nostra debolezza, nell’esperienza della nostra fragilità si cela un’occasione unica: quella di sperimentare la forza del Cristo morto e risorto.
    Momenti di debolezza, di frustrazione, di scoraggiamento li passiamo tutti. Abbiamo spesso da sopportare dolori di ogni genere: avversità, situazioni dolorose, malattie, morti, prove interiori, incomprensioni, tentazioni, fallimenti… Cosa fare?
    Per essere coerenti col cristianesimo e se vogliamo viverlo con radicalità, dobbiamo credere che quelli sono momenti preziosissimi. Perché?
    Ma perché proprio chi si sente incapace di superare certe prove che si abbattono sul fisico e sull’anima, e perciò non può far calcolo sulle sue forze, è messo in condizione di fidarsi di Dio.
    E Lui interviene, attirato da questa confidenza. Dove Lui agisce, opera cose grandi, che appaiono più grandi, proprio perché scaturiscono dalla nostra piccolezza.

    Per la riflessione personale

    Questa Parola mi fa vedere gli avvenimenti in nuova luce e infonde infinita fiducia.
    Mi fa superare le vanità, le ambizioni, le prepotenze.
    Mi suggerisce un nuovo stile di apostolato e elimina la mia mentalità di efficientismo e la mia timidezza.
    Ogni essere umano è oggetto della tenerezza di Dio e noi abbiamo la missione di servire questa tenerezza di Dio.
    Mi convince che ogni debolezza deve tradursi in vanto e gioia.