Parrocchia della Vergine
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  • Apr22

    Perchè vi preoccupate?

    Dal Vangelo di Matteo (6, 26-29)

    Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

    Commento (Vincenzo Paglia)

    Gesù ci invita a fare una scelta. Egli lo fa spesso con un vigore estremo. Noi abbiamo capito bene che il regno di Dio è incompatibile con il regno del denaro. In quel regno non si vende nulla. La vita è gratuita, come l’aria, come l’acqua, l’acqua soprattutto, senza la quale non
    c’è vita. E colui che ha ricevuto gratuitamente, deve dare gratuitamente. In questo regno, invece, tutto si compra. La prudenza raccomanda di essere previdenti e rapaci. Bisogna preparare l’avvenire, poiché è incerto. Ma l’avvenire ci sfugge. Esso appartiene a Dio. Fare la scelta del regno di Dio, scegliere di servire Dio escludendo ogni altro padrone, significa anche rimettersi a lui per l’avvenire: avere fede in Dio, al punto di non preoccuparsi per l’avvenire. È la nostra ricchezza, il nostro tesoro. È più sicuro per noi che tutto l’oro del mondo. Avere dell’oro da parte è un modo di assicurare il proprio avvenire. Ma un avvenire sulla terra, cioè a breve termine. L’avvenire di cui parliamo è grande come l’eternità. Su questo avvenire non abbiamo nessuna presa. Poco importa. Dio stesso se ne preoccupa per noi. Gesù si incarica di “prepararci un posto“. Il nostro avvenire è in buone mani. È sicuro. Perché farci tante preoccupazioni? Questo atto di fiducia, che Gesù esige, è anche una
    lezione di saggezza. Troppo spesso, con il pretesto di preparare l’avvenire, noi non viviamo più. Gesù è un maestro, non di noncuranza, ma di pacifica serenità. Non è possibile servire insieme due padroni, ossia il Vangelo e il mondo. Il cuore non può dividersi. Il Signore richiede ai discepoli un amore esclusivo, come d’altronde è il suo per noi. Il nostro, infatti, è un Dio geloso e pieno d’amore. Essere liberi dalla schiavitù delle cose, vuol dire affidarsi totalmente a lui, mettersi nelle sue mani. E Dio è un Padre vero che ha cura dei suoi figli e provvede alle loro necessità. Il Vangelo sembra dirci: “voi siete nati per il Signore. La vostra vita gli sta molto a cuore, più di quanto stia a cuore a voi stessi. Voi siete fatti per lui e per i fratelli“. Eppure, di questa fondamentale verità, che è il senso stesso della vita, noi ce ne occupiamo davvero poco (tanto meno ce ne preoccupiamo). E se molti restano senza cibo e vestito è perché altri non cercano il regno di Dio e la sua giustizia, ma solo il proprio tornaconto. La vera preoccupazione dei discepoli, dice Gesù, deve essere quella del regno, ossia della comunicazione del Vangelo, della edificazione della comunità e del servizio verso i poveri. Il discepolo che cerca questa “giustizia”, che è quella del regno, è sostenuto e difeso dal Signore in tutta la sua vita.

    Per la riflessione personale

    Che valore ha il denaro per me?
    Quanto mi preoccupo dell'avvenire mio e della mia famiglia?
    Questo pensiero totalizza la mia vita tanto da non «vivere» più?
    Riesco ad affidare al Signore il mio futuro anche nelle situazioni difficili che stiamo vivendo?
     

  • Apr21

    Torna la consueta recita del S.Rosario in streaming, Giovedì 23 Aprile oe 17.00

    Rosario

  • Apr20

    Alzati, e và verso il mezzogiorno

    Dagli Atti degli Apostoli (Cap. 8; vv 26-31 , 34-36)

    Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù.

    Commento (Papa Francesco)

    Lo Spirito Santo segna una nuova tappa del viaggio del Vangelo: spinge Filippo ad andare incontro a uno straniero dal cuore aperto a Dio. Filippo si alza e parte con slancio e, su una strada deserta e pericolosa, incontra un alto funzionario della regina di Etiopia, amministratore dei suoi tesori. Filippo si accosta alla carrozza e gli chiede: «Capisci quello che stai leggendo?». L’Etiope risponde: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?».
    Quell’uomo potente riconosce di avere bisogno di essere guidato per comprendere la Parola di Dio. Era il grande banchiere, era il ministro dell’economia, aveva tutto il potere dei soldi, ma sapeva che senza la spiegazione non poteva capire, era umile. E questo dialogo tra Filippo
    e l’Etiope fa riflettere anche sul fatto che non basta leggere la Scrittura, occorre comprenderne il senso, trovare il “succo” andando oltre la “scorza”, attingere lo Spirito che anima la lettera. Entrare nella Parola di Dio è essere disposti a uscire dai propri limiti per incontrare e conformarsi a Cristo che è la Parola vivente del Padre. Chi è dunque il protagonista di questo che leggeva l’etiope? Filippo offre al suo interlocutore la chiave di lettura: quel mite servo sofferente, che non reagisce al male con il male e che, pur se considerato fallito e sterile e infine tolto di mezzo, libera il popolo dall’iniquità e porta frutto per Dio, è proprio quel Cristo che Filippo e la Chiesa tutta annunciano! Che con la Pasqua ci ha redenti tutti. Finalmente l’etiope riconosce Cristo e chiede il Battesimo e professa la fede nel Signore Gesù. E’ bello questo racconto ma chi ha spinto Filippo ad andare nel deserto per incontrare quest’uomo? E’ lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il protagonista dell’evangelizzazione. “Padre, io vado a evangelizzare” “Sì, cosa fai?” “Ah, io annuncio il Vangelo e dico chi è Gesù, cerco di convincere la gente che Gesù è Dio”. Caro, questo non è evangelizzazione, se non c’è lo Spirito Santo non c’è evangelizzazione. Questo può essere proselitismo, pubblicità. Ma l’evangelizzazione è farti guidare dallo Spirito Santo, che sia Lui a spingerti all’annuncio, all’annuncio con la testimonianza, anche con il martirio, anche con la parola. Ho detto che il protagonista dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo e qual è il segno che tu cristiano, sei un evangelizzatore? La gioia. Anche nel martirio.

    Per la riflessione personale

    Chi è lo Spirito Santo?
    Chi rappresenta per me?
    Riesco a riconoscere le Sue indicazioni e a seguirle?
    La mia conoscenza della Parola di Dio si limita a ciò che ascolto durante la Messa oppure mi dedico personalmente al suo studio?
    Come cerco di evangelizzare il mio prossimo?

  • Apr18

    A partire dal giorno 19 Aprile la S.Messa domenicale, sempre esclusivamente via streaming, tornerà alle ore 11.00, invece che alle 10.00.

    E’ possibile partecipare qui sul sito o dalla pagina facebook

  • Apr17

    Mi vuoi bene?

    Dal Vangelo di Giovanni (Gv 21,15-17)
    Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?“.
    Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene“. Gli disse: “Pasci i miei agnelli“. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?“. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene“. Gli disse: “Pascola le mie pecore“. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?“. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?“, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene“. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore…”.

    Commento (Ermes Ronchi)
    In riva al lago, una delle domande più esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami?». È commovente l’umanità del Risorto: implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone, hai capito il mio annuncio? Dice: lascio tutto all’amore, e non a progetti di qualsiasi tipo. Ora devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi? In realtà, le domande di Gesù sono tre, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua misura, al suo fragile entusiasmo. Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell’agàpe, il verbo dell’amore grande, del massimo possibile. Pietro non risponde con precisione, evita sia il confronto con gli altri sia il verbo di Gesù: adotta il termine umile dell’amicizia, philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri, un velo d’ombra sulle sue parole: certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene, ti sono amico! Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Non importano più i confronti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c’è amore, amore vero per me? E Pietro risponde affidandosi ancora al nostro verbo sommesso, quello più rassicurante, più umano, più vicino, che conosciamo bene; si aggrappa all’amicizia e dice: Signore, io ti sono amico, lo sai! Terza domanda: Gesù riduce ancora le sue esigenze e si avvicina al cuore di Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e prende lui a impiegare i nostri verbi: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?». L’affetto almeno, se l’amore è troppo; l’amicizia almeno, se l’amore ti mette paura. «Pietro, un po’ di affetto posso averlo da te?». Gesù dimostra il suo amore abbassando ogni volta le sue attese, dimenticando lo sfolgorio dell’agàpe, ponendosi a livello
    della sua creatura: l’amore vero mette il tu prima dell’io, si mette ai piedi dell’amato. Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d’amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, con la sincerità del cuore. Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l’argomento è l’amore. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l’autenticità. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore. E quando questa si aprirà sul giorno senza tramonto, il Signore ancora una volta ci chiederà soltanto: mi vuoi bene? E se anche l’avrò tradito per mille volte, lui per mille volte mi chiederà: mi vuoi bene? E non dovrò fare altro che rispondere, per mille volte: sì, ti voglio bene. E piangeremo insieme di gioia.

    Per la riflessione personale
    Io merito la fiducia di Gesù?
    Sono per me i valori dell’amicizia, dell’amore, della fedeltà i valori più grandi per i quali sono disposto a sacrificare il mio interesse, il mio egoismo, il mio piacere?
    Vivo questi valori con Gesù nella preghiera, nell’adorazione, nell’eucaristia, nel pensare spesso a Lui?
    E con gli altri, con le mie pecore, con quelli che io amo?

  • Apr16

    Oggi alle ore 17.00 diretta streaming del Rosario

    Scarica qui il sussidio per seguire la celebrazione

     

    Rosario 16 Aprile

  • Apr15

    Dove muore la notte e si leva il giorno

    Dal Vangelo di Giovanni (20, 1-2)

    Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

    Commento (Mansueto Bianchi)

    « Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio ». L’ora del Risorto è come collocata al confine di due tempi: là dove muore la notte e si leva il giorno nuovo: è un’ora ancora carica di buio, di silenzio, di assenza, ma già in essa germina un seme di luce che presto dissiperà la tenebra e fiorirà nella solarità del giorno pieno. Ma il punto della risurrezione, l’incontro con il Signore risorto è lì, dove la notte sembra ancora tanto pesante e pervasiva ed un seme di luce stenta a permanere e crescere. In quella indicazione del Vangelo “di buon mattino, quand’era ancora buio” ci siamo noi dopo duemila anni, come in quel primo giorno c’erano la Maddalena ed i due discepoli. Perché quello spazio, quella zona di confine dove la notte sembra ancora inesorabile e la luce appena più che un’attesa ed un desiderio, quella è la tenda del Risorto ed è la tenda del credente. È la tenda del Risorto perché egli sta in mezzo a noi non nella solarità dell’evidenza, ma nell’oscurità appena attenuata del segno; non ci viene incontro con il suo volto di gloria, non ci mostra le ferite con cui la morte, ormai vinta, solco’ il suo corpo: egli sta in mezzo a noi nella oscura luminosità dei segni che rivelano ma senza svelare, mostrano ma senza dimostrare. C’è ancora un altro segno del Signore Risorto e della sua presenza al limitare della nostra vita. È un segno più personale, più soggettivo, solo apparentemente fragile, in realtà radicato e tenace dentro ciascuno di noi: è la voglia di bene che ci portiamo dentro, è
    quella capacità di sognare, di desiderare amore e speranza che non si spegne dentro ciascuno di noi, nonostante il passare degli anni e l’accumularsi delle delusioni che sembrano desertificare la vita. C’è sempre quel piccolo ramoscello verde che torna tenacemente a spuntare in mezzo ai nostri deserti, di persone e di civiltà, ed è come un’attesa ed un desiderio di vita in mezzo a tanta morte: è come quell’ora di confine, la tenda del Risorto, quando ancora sembra notte ma già un piccolo seme di luce annuncia il giorno che verrà.
    Dobbiamo proteggere questo ritornante desiderio di bene che non cessa di spuntare tenace, tra le nostre macerie, nella nostra coscienza e nella nostra intelligenza, perché è un segno di resurrezione, è un’orma del Signore Risorto posta dentro la nostra vita, accanto al nostro
    cammino.

    Per la riflessione personale

    Considero la fede nella Risurrezione di Gesù come essenziale o marginale nella nostra religione?
    Credere nella Risurrezione di Gesù è una questione di fondo nella nostra fede o la fede in Gesù avrebbe un valore indipendentemente dalla Sua Risurrezione?
    Ha un senso la vita umana senza la personale Risurrezione di ciascuno di noi?
    Come si può oggi annunciare la Risurrezione di Gesù e nostra?

  • Apr10

    «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

    Commento (Fulton J. Sheen)
    Queste parole lasciano intravedere il dolore dell’Uomo-Dio sulla croce. Quando il Signore pronunciò queste parole dalla croce, si fece buio su tutta la terra. Si pensa comunemente che la natura rimanga indifferente al dolore dell’uomo. Una nazione può morire di fame, eppure il sole e le stelle continuano a volteggiare sui campi inariditi. Ora, però, il sole si rifiuta di brillare sulla tragedia della crocifissione!
    Forse per la prima e ultima volta, la luce che governa il giorno si spegne come una candela, sebbene, secondo le previsioni umane, avrebbe dovuto continuare a brillare. La ragione di tutto questo sta nel fatto che, davanti a quell’atto supremo dell’iniquità dell’uomo, cioè l’uccisione del Creatore della natura, la stessa natura non poteva rimanere indifferente. Se l’animo del Signore si trovava nell’oscurità, allora anche il sole, che egli aveva creato, doveva esserlo. In realtà, tutto era nell’oscurità! «Dio mio, Dio mio, perché mi hai
    abbandonato?»: è il pianto che esprime il terribile mistero di un Dio abbandonato da Dio stesso.
    Stranamente e misteriosamente, la sua natura umana sembra separarsi dal Padre celeste, eppure non è così: come potrebbe altrimenti invocarlo dicendo: «Dio mio, Dio mio»? Gesù assume questa sofferenza per ognuno di noi, affinché possiamo capire che cosa terribile sia per la natura umana essere privati di Dio, della sua consolazione e salvezza divine. Era l’atto supremo di espiazione per tre classi di persone: coloro che abbandonano Dio, coloro che dubitano della presenza di Dio e coloro che sono indifferenti nei confronti di Dio. La sua espiazione era prima di tutto per gli atei, per quelli che, in quell’oscuro mezzogiorno, credettero a Dio solo parzialmente, come parzialmente credono oggi coloro che vivono nella notte. Espiò poi per tutti coloro che, pur conoscendo Dio, vivono come se non lo avessero mai conosciuto; per coloro i cui cuori sono come i bordi di una strada, dove l’amore di Dio getta i suoi semi che verranno però calpestati da tutti; per coloro i cui cuori sono come terreni sassosi, dove i semi dell’amore di Dio cadono per essere presto dimenticati; per coloro i cui cuori sono come rovi di spine, dove i semi dell’amore di Dio vengono soffocati dalle preoccupazioni terrene. Espiò per tutti quelli che avevano la fede e la persero, per tutti quelli che prima erano santi ma ora sono divenuti nemici. Era l’atto divino di redenzione per tutti quelli che abbandonano Dio: infatti, nel momento in cui fu abbandonato, acquistò per noi la grazia di non essere mai abbandonati da Dio. È stato un atto di espiazione anche per coloro che rinnegano la presenza di Dio; per tutti quei cristiani che abbandonano ogni sforzo quando non sentono la vicinanza di Dio; per tutti coloro che identificano l’essere buoni con lo star bene; per tutti gli scettici.
    Gesù stava espiando per tutte quelle domande accattivanti di un mondo che continuamente si chiede: «Perché esiste il male?». «Perché Dio non risponde alle mie preghiere?». «Perché Dio si è portato con sé mia madre?».
    L’espiazione per tutte queste domande si compì nel momento in cui Dio stesso chiese un perché? a Dio. Infine, era l’espiazione per tutta l’indifferenza di un mondo che vive come se non ci fossero mai state una mangiatoia a Betlemme e una croce sul Calvario; per tutti coloro che si sentono degli dei al di sopra di ogni religione, di ogni rito, credendosi privi di ogni legame. Non bisogna credere che la corona di spine e il metallo dei chiodi fossero più terribili per il corpo del Nostro Salvatore dell’indifferenza di oggigiorno, che non si cura né di offendere né di lodare il suo Cuore.

    Riflessione personale

    In quale delle categorie menzionate mi ritrovo?
    Ci sono delle parti di me, della mia vita, in cui non faccio entrare la Misericordia di Dio?
    Riesco a dare un senso al male?

  • Apr8

    Vi ho dato l’esempio

    Dal Vangelo di Giovanni (Gv 13, 3-6)
    Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

    Commento (Luigi Santucci)

    La sua ora è giunta.
    E il primo gesto che scatta da quel fatale colpo di gong, in un rito che sembra predisposto, è andare a prendere un catino.
    Che cosa deve fare chi sa che da lì a poco morirà? Se ama qualcuno e ha qualcosa da lasciargli deve dettare il testamento. Noi ci facciamo portare della carta e una penna. Cristo va a prendere un catino, un asciugatoio, versa dell’acqua in un recipiente. Il testamento comincia qui; qui con l’ultimo piede asciugato, potrebbe addirittura finire. Curvi sul foglio, noi scriviamo: “lascio la mia casa, i miei poderi a…”. Gesù, curvo sul pavimento, deterge entro l’acqua i piedi dei suoi amici: nel silenzio della stanza dura a lungo lo sciacquio discreto, il respiro dell’inginocchiato si fa un poco più pesante nel passare dei minuti, i capelli gli piovono sulla fronte.
    Cristo è lì all’opera, è al livello dei cani che sotto il tavolo rosicchiano l’ultimo osso spolpato dell’agnello e interrompono la loro cena pasquale per scrutare meravigliati quell’uomo che adesso è anche lui su quattro zampe. Dal basso, sì, ha voluto cominciare a salvarci.
    Nell’ultimo quadro ci dominerà di lassù, dal trave insanguinato, con le braccia aperte (“Quando sarò innalzato trarrò tutto il mondo a me”). Ma l’inizio è questo: rattrappito come una bestia sui nostri alluci callosi,sulle nostre impoetiche unghie, sui nostri odori più scostanti. Si concede questa regale gioia di umiliarsi.
    Vi ho dato l’esempio… Se dovessi scegliermi una reliquia della passione, raccoglierei tra i flagelli e le lance quel tondo catino di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente sotto braccio, guardare solo i talloni della gente; e ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio, curvarmi giù, non alzare mai gli occhi oltre i polpacci, così da non distinguere gli amici dai nemici. Lavare i piedi all’ateo, al cocainomane, al mercante d’armi, all’assassino del ragazzo nel canneto, allo sfruttatore della prostituta nel vicolo, al suicida, in silenzio: finchè abbiano capito.
    A me non è dato poi di alzarmi per trasformare me stesso in pane e in vino, per sudare sangue, per sfidare le spine e i chiodi. La mia passione, la mia imitazione di Gesù morituro può fermarsi a questo.

    Per la riflessione personale

    Cosa intendo per servizio?
    Io mi metto a servizio degli altri?
    Se lo faccio preferisco fare qualcosa che mi pone al centro dell’attenzione e dell’ammirazione di tutti oppure scelgo i servizi più umili anche se più nascosti?
    Sono consapevole che i miei gesti quotidiani parlano della mia fede più che mille parole?
    La testimonianza di vita è l’annuncio di Cristo Risorto più potente.

  • Apr6

    Dalle sue piaghe siamo stati guariti

    Dalla Prima Lettera di Pietro ( 2, 21-25)
    Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.

    Commento (John Henry Newman)
    Senza un amore vero per Cristo, non possiamo essere veri discepoli; e non possiamo amarlo se il nostro cuore non si commuove di gratitudine verso di lui. Non possiamo inoltre provare nel modo dovuto questa gratitudine se non sentiamo vivamente ciò che ha sofferto per noi. Non possiamo imparare a sentire dolore ed angoscia al pensiero delle sofferenze di Cristo, semplicemente fermandoci su tale pensiero. Noi normalmente affrontiamo la lettura della Passione di Gesù come se si trattasse di una cosa del tutto naturale. Eppure inorridiamo
    davanti alle crudeltà imposte agli animali, alle violenze inflitte ad un bambinmo o ad una persona anziana e rispettabile. Tutto questo non è paragonabile alle sofferenze di Gesù.
    Pensate soltanto a lui quando, ferito e spogliato delle sue vesti, fu inchiodato alla Croce, e considerate chi è colui che soffre questa tortura. O ancora, guardatelo morire, guardatelo perdere sangue, un’ora dopo l’altra, fino alla morte, con le braccia distese sulla Croce, il volto esposto agli sguardi e allo scherno dei passanti. Osservare il graduale declino delle sue forze e l’avvicinarsi della morte. Questi sono alcuni particolari contenuti nei Vangeli e proposti alla nostra meditazione. Credete voi che gli spettatori di questi avvenimenti abbiano ancora avuto il coraggio di mangiare, di bere, di divertirsi? Ci è invece raccontato che “coloro che erano accorsi a questo spettacolo se ne tornavano percuotendosi il petto”.
    Se tali erano i sentimenti della folla, che dire di San Giovanni, Santa Maria Maddalena o di Maria, la madre del Signore? Abbiamo noi il desiderio di essere in loro compagnia? Abbiamo il desiderio di essere per lui come fratello, sorella una madre? Se fosse davvero così,
    dovremmo partecipare in modo profondo al dolore di questa Madre! Ad essa, secondo la profezia di Simone “una spada trapassò l’anima”. A che cosa serve commemorare la Croce e la Passione del Signore se non piangiamo e non soffriamo con lei? Se non ci addoloriamo, come possiamo dirci suoi discepoli? Un giorno, fratelli miei, ciascuno di noi si leverà dalla tomba e vedrà Gesù. Vedremo colui che fu inchiodato alla croce, vedremo le sue ferite, le piaghe delle sue mani, dei suoi piedi e del suo costato. Se un giorno non vogliamo rammaricarci per la nostra vita, dobbiamo addolorarci adesso pensando a lui. Prepariamoci ad incontrare il nostro Dio: mettiamoci alla sua presenza il più spesso possibile; immaginiamoci di vedere la sua Croce e di contemplarlo crocifisso; avviciniamoci a lui; supplichiamolo di guardarci come ha guardato il buon ladrone e diciamogli: “Signore, ricordati di me quando sarai nel tu Regno”

    Per la riflessione personale
    Quali sentimenti suscita in me il racconto della Passiome di Gesù?
    E’ una storia come altre?
    Provo a immedesimarmi in Maria e negli amici di Gesù che hanno assistito a questi fatti?